L’Italia all’Oscar: Cesare deve morire.

“Il teatro è un progetto di vita, un modello in piccolo di un mondo pulito e senza malattie, il teatro è la vita come dovrebbe essere, e i drammi di Shakespeare sono possibili soluzioni”.

(Alberto Savino, 1925 dal “Capitano Ulisse”).

Dire che cosa sia il teatro di certo non è un impresa semplice, anzi a volte è strano come le parole diventino così piccole e prive di senso quando si debba parlare di qualcosa di così grande ed emozionante come l’arte.
Fare arte ,infatti, significa realizzare qualcosa di immortale , senza limiti e scopo. È un atto di generosità nei confronti di se stessi e del pubblico, che tocca indistintamente l’animo di ogni individuo.

Ecco, tutto questo, è il dramma della vita, quella andata in scena nel “Cesare deve morire”…

Sinossi:

Nel teatro-carcere di Rebibbia i detenuti interpretano il Giulio Cesare di W. Shakespeare.
Il film si apre con la conclusione dell’opera, quando finiti gli applausi gli interpreti si tolgono la loro maschera di attori e tornano nelle loro celle. Da qui il flashback, che ci porta indietro nel tempo di sei mesi, a quando il direttore del carcere annuncerà ai detenuti il progetto teatrale.
La pellicola viene presentata come un work in progress dai provini all’assegnazione dei ruoli fino allo spettacolo finale.

Recensione:

Progetto azzardato e di grande coraggio quello dei registi Paolo e Vittorio Taviani, che, con il loro “Cesare deve morire”, si sono messi in gioco riscoprendo la voglia di fare cinema ma soprattutto di sperimentare. “Come registi alle prime armi -si sono definiti- ci siamo buttati in questo progetto con la consapevolezza di rischiare molto”.

Il problema fondamentale, ovvero quello la distribuzione, che angoscia molti registi prima di confezionare un film, è stato risolto dalla Sacher di Nanni Moretti, che ha voluto scommettere su questo interessante progetto.
Sfida del tutto vinta perché la pellicola, oltre ad essere stata candidata ai prossimi Oscar, è già vincitrice di molti ambiti premi internazionali come: l’Orso d’Oro 2012 al festival del Cinema di Berlino (era dal 1991 con “La casa del sonno” di Marco Ferreri che questo premio non veniva assegnato all’ Italia) e il David di Donatello 2012 come miglior: film, regia, produttore, montaggi e sonoro.

Il “Giulio Cesare” non è solo un opera teatrale, è la tragedia dell’uomo: tra vendetta e lealtà, potere e adulazione. I detenuti del carcere interpretano loro stessi, portando in scena le loro esperienze che, grazie alle parole di Shakespeare, vengono fuori come un flusso di coscienza.

Quello che emerge non sono i detenuti ma , usando una metafora pirandelliana, il loro doppio teatrale, che si riscatta grazie al dolore stesso delle tragedia. Emblematica la frase di uno degli interpreti: “Da quando ho conosciuto l’arte questa cella è diventata una prigione”.

Quando la verità si mescola alla finzione, anzi quando la finzione diventa più vera, più forte e più diretta della realtà stessa ecco che vediamo compiuto lo scopo dell’arte.
A rendere il tutto ancora più coinvolgente è il mosaico di linguaggi che si vengono ad intrecciare durante i dialoghi. Ad ogni detenuto infatti viene richiesto, al momento dell’assegnazione delle parti, di imparare le battute ognuno nel suo dialetto di provenienza.
Interessante inoltre la scelta della fotografia in bianco e nero, che accompagna tutta la vicenda fino alla rappresentazione finale, come se tutte le emozioni, imprigionate fino a quel momento, esplodessero tutte insieme in un trionfo di colori.

Non a caso il film inizia proprio con la fine della tragedia, ossimoro voluto per far riflettere sulla condizione dell’individuo… Quando gli applausi finiscono, la magia dell’arte svanisce, l’attore si toglie la maschera e rimane l’uomo nella sua solitudine a fare i conti con il proprio io.

“Romani, amici, cittadini, datemi ascolto.
Son venuto qui per seppellire Cesare, non per tesserne le lodi.
Il male che gli uomini fanno vive dopo di loro, e spesso il bene viene sotterrato con le loro ossa.
Così sia per Cesare”.

(Antonio : atto III, scena II dal Giulio Cesare W. Shakespeare)

Alice Coiro

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