Tutti i santi giorni, di Paolo Virzì…

…  Alla fine le storie di Muccino nella vita vera ti lascerebbero proprio poco di vissuto.  

“Qual è la causa di tutti i problemi del mondo? Le nostre emozioni controproducenti. Una volta insorte, ci danneggiano in superficie e in profondità. Tali emozioni afflittive sono fonti di guai dall’inizio alla fine. Se tentassimo di contrastarle a una a una, ci troveremmo coinvolti in una lotta interminabile”…

Oggi, appena sveglia, mentre leggevo questo passo del libro scritto dal Dalai Lama, “Conosci te stesso”, mi sono messa a ripensare al nuovo film di Virzì che ho visto ieri sera (in una sala del cinema Flora a Firenze) e alla storia dei due protagonisti. E’ “Tutti i santi giorni” tratto dal romanzo “La generazione” di Simone Lenzi. Per niente melenso, sdolcinato, ma nemmeno basato su emozioni controproducenti giusto appunto. Finalmente ho visto sullo schermo un amore BELLO!

Di fondo potrebbe essere la vita di chiunque, di tutti i santi giorni veramente, ma raccontata e resa in un modo tale da non risultare assolutamente banale; un lavoro che solo un bravo regista può fare.
La storia è quella di Guido e Antonia, due fidanzati, che convivono e lavorano entrambi a Roma. Lui toscano, lei siciliana. Un rapporto che procede ciclicamente, come il giorno e la notte: inizia col lavoro notturno di Guido e con il suo ritorno a casa, che coincide con la sveglia mattutina di Antonia, in cui Guido le racconta la storia del Santo del giorno, le porta la colazione a letto, fanno l’amore e così fino a finire/ripartire con il lavoro diurno di Antonia. Una coppia che ad impatto immediato risulta incompatibile: lei alternativa, ex cantante di un gruppo “punk-social-rivoluzionario”, lui molto timido e composto.

Guido è laureato in Lettere antiche, fa il portiere di notte in un bell’albergo di Roma; impacciato, proveniente da un bellissimo e piccolo borgo della Val d’Orcia, gentile e cortese anche nei momenti meno opportuni (il che non è necessariamente sinonimo dell’espressione “senza palle”, anche se la maggior parte delle volte lo si pensa); un puro insomma, che ha rinunciato ad una cattedra alla Princeton University e a diventare un Professorone, semplicemente perché vuole stare con Antonia, continuare a fare il suo mestiere di notte e a leggere libri in latino dietro il bancone della reception quando tutti dormono, raccontare tutte le mattine le storie dei santi ad Antonia e dopo fare l’amore (e aggiungerei anche… E non gli rompete tanto le palle con i discorsi che si è accontentato e non ha osato: lui è felice così, stop). Una completa vocazione, che Antonia vede come la venuta di un angelo che in qualche modo l’ha salvata da una vita tossica in tutti i sensi, che avrebbe vissuto se fosse rimasta con la sua vecchia fiamma, il batterista del suo gruppo (stereotipo del musicista maledetto e del ragazzo alternativo). Non per questo ha abbandonato la sua grande passione: quella di cantare e suonare. Infatti lei, oltre al suo lavoro, scrive e compone canzoni in inglese e canta dal vivo in alcuni locali di Roma, dove Guido l’accompagna sempre come suo fedele fan per applaudirla e per bersi una birrina insieme prima di entrare a lavoro.

Antonia è comunque un personaggio più contorto rispetto a Guido. Molto più impulsiva e sgraziata; nel suo vissuto porta con sé stereotipi che ogni tanto riaffiorano e che nei momenti di difficoltà la portano a scegliere il marcio, dal quale Guido la riprenderà sempre per i capelli, per ritornare poi insieme.

Guido e Antonia fanno parte di una storia normale, che da quanto è normale è di una tenerezza sconfinata, che lascia traccia anche nei posti più asettici come le stanze degli ospedali, dove vanno per cercare di avere un bambino che non nascerà mai.

Per loro è bello fare l’amore, è una vocazione, una completa complicità.
Finalmente un amore bello, che non corrisponde ad un rapporto tutto rose e fiori, ma anzi, si completa proprio anche con le cose brutte e tragiche, lontano dalle solite prospettive di amarezza di un amore mucciniano infedele, ingabbiato e insoddisfatto. Un amore poetico, lontano dall’essere bucolico ma piuttosto nomade e metropolitano.

Spesso fuggiamo da ciò che ci fa stare bene perché lo vediamo come una perdita di possibilità dell’ “aver vissuto” e il “non essersi preclusi nulla”… Corriamo verso quelle “emozioni afflittive” troppo spesso forse, perdendo la poesia per strada.

Mi rendo conto che con quello che ho scritto non ho dato a voi lettori un’appropriata chiave di lettura del film, ma un semplice punto di vista nei confronti della storia che potrete condividere o meno, non lo so.
Sicuramente è un film che consiglio a tutti di vedere, senza occhi pieni di grandi aspettative, ma con cuore aperto.

Eleonora Chiarugi

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