Il tennis come esperienza religiosa

Ci sono domande che si presentano ad intervalli regolari e implacabilmente si rifiutano di lasciarti. Non appartengono al novero delle “grandi questioni fondamentali”, un catalogo mai stilato (si crede che già completarlo sia la risposta) e sempre riassunto dalle inafferrabili: “chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo”. No, in genere gli interrogativi che davvero non danno tregua sono più semplici e concreti, come quando un bambino vuole sapere come facciano a volare gli aerei, o come il tormento del giovane Holden sulla sorte delle oche del parco, in inverno. Dove vanno con la neve le oche? La risposta non è mai poetica come il dubbio che la reclama.
Tra le mie domande inessenziali ma ricorrenti, un posto in fondo all’elenco è riservato proprio ai compatrioti di Holden e ai pregiudizi della vecchia Europa (personalmente li nutro tutti) verso un popolo che avrà pure tanti pregi, ma che si allontana da forme di vita razionali quanto un varano si allontana da una tartaruga. Potrei esprimere tale dubbio così: come può vivere negli Stati Uniti un rappresentate del genere umano raffinato, elegante, colto, capace di giudizio indipendente, distaccato e al tempo stesso appassionato, un uomo capace di attenzione continuativa, ascolto e stile: un aristocratico (dell’unica vera aristocrazia, quella dello spirito) nel paese dove l’idea stessa di aristocrazia è pensata con orrore e tutto ciò che non è provvisoriamente di moda o triviale è semplicemente rimosso? Le trecento pagine di note che chiudono il capolavoro di David Foster Wallace, Infinit Jetz (in buona parte descrizione degli effetti di un ampio campionario di droghe) potrebbero fornire una prima, approssimativa risposta. Quella definitiva, dal momento che lo stile è soprattutto arte del levare, questione di rinuncia, è forse l’atto con cui a 58 anni, con l’aiuto di un cappio, decise definitivamente di astenersi dal respirare.

David Foster Wallace (per i tanti ammiratori DFW) è probabilmente il più grande talento narrativo della sua generazione, uno dei pochi nei confronti del quale la parola “genio” non sia usata a sproposito. Oggi voglio segnalarvi di un dono che Einaudi ci ha fatto restituendoci due brevi articoli dedicati ad uno sport che lo accompagnò per tutta la vita: “Democrazia e commercio agli US Open” e “Federer come esperienza religiosa”, riuniti nel volume “Il tennis come esperienza religiosa”, che fa seguito a tre capolavori di ironia, intelligenza: “Tennis, tv, trigonometria e tornado e altre cose divertenti che non farò più”; “L’abilità professionistica del tennista Michael Joyce come paradigma di una serie di cose tipo la scelta, la libertà, i limiti, la gioia, l’assurdità e la completezza dell’essere umano”; “Come Tracy Austin mi ha spezzato il cuore”.

Nei romanzi di Wallace il tennis compare continuamente. Da giovanissimo lo scrittore aveva sfiorato il professionismo e la passione non gli venne mai meno, tanto che tra i vari mestieri necessari per sbarcare il lunario (scrittore di prose di genere tuttora indefinito, professore universitario, insegnante di scrittura creativa) uno tra i più amati era proprio l’impegno da redattore per la rivista “Tennis”. Anche se rifiutava recisamente l’idea del distacco tra intellettuali e cultura di massa (commoventi le sue interviste sul ruolo della scrittura, nelle quali passava con disinvoltura dalla logica modale alla temperatura ideale degli hot dog), DFW era una sorta di aborigeno geneticamente mutato che cercava di rivoluzionare dall’interno la cultura del proprio paese, così come Federer era riuscito a rinnovare dall’interno il moderno tennis di potenza.
Se ci pensate, il tennis è il meno americano tra gli sport. Per quanto si presti ad essere ricondotto alla dinamica essenziale delle attività a stelle e strisce – due cavalieri l’un contro l’altro armati, bene contro male e vinca il bene, cioè noi – resta privo di contatto fisico, ricco di sfumature, non troppo muscolare rispetto ad altre attività, carico di un vocabolario di riti, simboli, abitudini non sempre immediatamente comprensibili al profano e, soprattutto, colpevolmente inglese. Inspiegabilmente, non soltanto viene giocato con passione da tanti, ma regala anche allo spettatore occasionale attimi di pura meraviglia, attimi che Wallace chiama “momenti Feder”. Si tratta di rivelazioni estetiche, accompagnate in genere da birra e popcorn, che scuotono il malcapitato provocando reazioni inconsulte:

“Quasi tutti gli amanti del tennis che seguono il circuito maschile in televisione hanno avuto, negli ultimi tempi, quelli che si potrebbero definire Momenti Federer. Certe volte, guardando il giovane svizzero giocare, spalanchi la bocca, strabuzzi gli occhi e ti lasci sfuggire versi che spingono tua moglie ad accorrere da un’altra stanza per controllare se stai bene. I momenti sono tanto più intensi se un minimo di esperienza diretta del gioco ti permette di capire l’impossibilità di quello che gli hai appena visto fare (…) Le spiegazioni valide della supremazia di Federer sono di due tipi. Il primo chiama in causa il mistero e la metafisica e a mio avviso si avvicina maggiormente alla verità. Gli altri sono più tecnici e si prestano meglio al giornalismo”.
Chi abbia preso in mano la racchetta almeno una volta sa quanto questo sia vero, e sa quanta soddisfazione dia un colpo riuscito, un traiettoria azzeccata, una palla colpita nel cuore perfetto del piatto corde. Grazie alla sua diretta esperienza, Wallace sapeva altrettanto bene che:

1 nel tennis non si lotta contro l’avversario ma contro se stessi, l’altro è solo la personificazione delle proprie paure, dei propri attuali limiti: dall’altra parte si incontra sempre e solo l’io.

2 il fascino geometrico che emerge dal gioco, colto dall’occhio avvertito, è matematicamente irresistibile.

3 l’eleganza, la forza, la velocità, la precisione degli scambi sono un’apparizione di bellezza pura, come quando ci si innamora o si guarda un film con le lacrime agli occhi o si respira il freddo delle mattine invernali e si è contenti di essere vivi.

La bellezza nello sport non è l’obbiettivo, bensì qualcosa che si manifesta in aggiunta; lo sanno tutti senza che questo tolga nulla al miracolo per cui Federer, e non il “mesomorfo e marzialissimo Nadal, quello dai bicipiti smanicati e gli autoincitamenti kabuchi” sia riuscito a tenere insieme risultati strepitosi e splendore estetico.

Attorno alla metafisica della bellezza rivelata dal gioco dello Svizzero trionfa incontrastato il grande baraccone del circuito professionistico. Wallace condivide col lettore l’esperienza di un pomeriggio da spettatore dentro il gigantesco Stadio Centrale degli US Open 1999; il risultato è l’incrocio tra la relazione di un naturalista che studia le abitudini di una specie di curiosi vertebrati e la cronaca di un incontro, lontanissima dalla retorica da convention elettorale tipica del giornalismo sportivo.
Quando descrive i due contendenti, ad esempio, viene fuori una cosa di questo tipo:

“ Sampras colpisce la palla con l’economia disinvolta che caratterizza tutti i veri campioni in fase di riscaldamento, la serena nonchalance di un animale in cima alla catena alimentare. Vincitore di Wimbledon a parte, questo turno ha un fascino tutto suo perché vede fronteggiarsi due greci che non vengono dalla Grecia, una sorta di guerra del Peloponneso postmoderna. Philippoussis (..) ha qualcosa di Sampras – stesso rovescio a una mano e leggero giro di polso all’apertura del dritto, stessa carnagione caffelatte, sopracciglia alla Groucho e capelli nerissimi che col sudore diventano lucidi- ma l’australiano è più lento in azione e in confronto alla strana grazia disossata di Sampras risulta quasi maldestro, pericolosamente grosso, le spalle squadrate com’è tipico dei ragazzoni pesanti con la schiena disastrata. Sembra brutale Philippoussis, uno spartano, uno grosso e lento che gioca meccanicamente di potenza da fondocampo con una cattiveria gelida negli occhi e a paragone Sampras, non esattamente un pallettaro, appare quasi fragile, celebrale, un poeta saggio e triste allo stesso tempo, stanco come solo le democrazie sanno esserlo..”

Subito dopo, nota:

“Un’altra cosa di Sampras che fa tenerezza è che inzuppa sempre di sudore i pantaloncini azzurro neonato in un modo imbarazzante che fa pensare all’incontinenza e rivela agli occhi del mondo le strisce del sospensorio (…) Altre debolezze analoghe capaci di rendere umani i giocatori trascendenti per me erano le escandescenze assurde di McEnroe, l’abitudine di Lendl e della Navratilova di perdere ogni tanto le staffe e prendersela talmente tanto per un punto da sembrare quasi spastici e la compulsività di Connor nel toccarsi e sistemarsi i testicoli dentro il sospensorio in campo, come se avesse costantemente bisogno di sapere dove erano.”

Mi impongo di non proseguire. Citare ancora brani, espressioni, annotazioni, invenzioni rovinerebbe la pura gioia di leggere tutto di un fiato questo piccolo gioiello; anche perché l’astensione dal respiro praticata da Wallace, qualunque ne sia stato il motivo, ha regalato al mondo un finale drammatico in più ma ha privato i lettori dei frutti ancora inespressi di un irripetibile talento. Godiamoci quello che abbiamo, fino all’ultima riga.

Ps. Solo questo, giuro, poi smetto..ma come si fa a non amare uno scrittore che, parlando della nota riservatezza dei newyorchesi, scrive: “I newyorchesi hanno anche la capacità incredibile di badare ai fatti propri, di starsene per conto loro e di non accorgersi che succedono cose sconvenienti, una capacità che mi colpisce ogni volta che vengo qui e che sembra sempre collocarsi a un certo punto del continuum tra stoicismo e catatonia”. Applausi.

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