La vita è (ancora) bella

Oggi, dopo una lunga malattia, è morto Vincenzo Cerami. È stato uno scrittore e un uomo fortunato: mi auguro con tutto il cuore che sia stato anche un uomo felice.Cerami

La sua prima, fortunata occasione fu di incontrare, nell’adolescenza della scuola media, un professore non comune: si chiamava Pier Paolo Pasolini. Dieci anni dopo lo stesso professore lo prese con sé a lavorare nel cinema; Cerami strinse ancora di più questo legame già speciale sposandone la cugina.

Il secondo colpo di fortuna avvenne con la pubblicazione del primo romanzo, “Un borghese piccolo piccolo”, storia grottesca e terribile che suscitò l’interesse di un altro notevole regista deciso a portarla sullo schermo, con l’indimenticabile interpretazione da Oscar (negato) di Alberto Sordi: si trattava di Mario Monicelli.

La carriera di Cerami da allora in poi è stata un susseguirsi di successi: libri e teatro, sceneggiature e allievi, fino a quando la fortuna – che in realtà non è cieca ma veste i panni del destino quando vuole operare in incognito – lo mise davanti alla terza occasione, che aveva la statura ossuta e minuta, i capelli scomposti e l’andamento da marionetta di Roberto Benigni. C’era una storia bellissima che premeva per essere sceneggiata e non si trattava di un compito facile: si ispirava alla vicenda di Rubino Salmonì, deportato e sopravvissuto, però voleva essere altro da tutto ciò che era stato raccontato sulla Shoah fino a quel momento. Il Film si intitolò “La vita è bella”.

Regista e sceneggiatore avevano quasi paura nel proporre un film così particolare. Benigni ricorda:

“la gente mi diceva di fare attenzione perché era una idea molto estrema, temevo di offendere la sensibilità dei sopravvissuti. So che tragedia sia stata, e sono orgoglioso di aver dato il mio contributo sull’Olocausto e sulla memoria di questo terrificante periodo della nostra storia. Io non sono ebreo, ma la storia appartiene a tutti”

Ci sono fortune generazionali, e ogni età ha le proprie. Tra i ricordi che noi potremo distillare dalla vinaccia degli anni ci sarà il pomeriggio al cinema in cui abbiamo visto “La vita è bella” per la prima volta piangendo tutti, più o meno di nascosto, e trattenendo ogni commento per manifesta superiorità dello stupore. Sarebbe stato superfluo sovrapporre alla delicatezza di una vera fiaba la gabbia di altre parole. Poi sono venuti gli oscar, il successo planetario, e allora noi diventammo orgogliosi di conoscere, per ventura di nascita, le piazze e le strade di Guido, il luogo dove la chiave cade dalla finestra, quella certa scalinata, la discesa fatta in bicicletta e ogni altro luogo che per anni abbiamo raccontato a chiunque venisse qui ad Arezzo. Le parole ormai erano vanto di testimoni, non giudizio.

A distanza di tanto tempo, invece, non mi sono ancora abituato a sentire i giudizi di chi definisce “La vita è bella” un film furbo, storicamente inesatto, poco rispettoso del dolore, assurdo, divertente nella prima parte e irrealistico nella seconda.Cerami2

In filosofia quando si giudica un fenomeno con criteri che non sono pertinenti si parla di errore categoriale. “La vita è bella” è una favola, non un film storico, e una favola non deve parafrasare la storia né insegnare alcun concetto, ma mettere di fronte alla Verità attraverso un racconto. “La vita è bella” (affermazione peraltro ripetuta di continuo  da Hetty Hillesum, deportata e morta in Polonia, cuore pensante) ci mette di fronte alla Verità che l’amore è cosa per coraggiosi; ci vuole una volontà intrisa di coraggio per riconoscere l’unica donna che si vuole accanto e per riuscire a conquistarla, soprattutto se lei ignora o quasi la tua esistenza. C’è tanto coraggio nella normalità di un amore maturato dentro il mondo che si sfalda. Soprattutto, serve un infinito coraggio per credere che nella disgrazia  si possa ancora sostenere la fiducia con l’amore e compiere il più umano, il più bello, il più commovente degli atti: proteggere un bambino dal male.

Benigni non ha vissuto la Shoah così come non l’abbiamo vissuta noi, ma piccolo o grande il male fa parte della nostra esistenza; se anche non ci è toccata la sorte di provarci nella situazione estrema dove si separano le vittime e i carnefici, la scelta di cosa nutrire, da che parte stare, è fatto di ogni giorno e implica il coraggio della volontà. Noi siamo ciò che vogliamo essere.

Convincersi che la vita sia bella spesso è difficile, però solo così manteniamo vivo il bambino che crede nel Bene, nella Bellezza, nello Stupore, lo stesso che dentro il cinema piangeva serenamente in noi perché in quel momento si sentiva salvato. Serve un sacrificio, allora? A volte. Ho pensato spesso che il sorriso di Benigni sotto la pioggia, mentre è consapevole della presenza del figlio e di andare morire, sia il fermo immagine più bello della storia del cinema. Credo anche che la marcia che lo segue sia l’emblema di una certa saggezza, malinconica come lo sono le vittorie che altri festeggeranno.

Non sapremo mai se Cerami sia stato un uomo felice: la felicità è una somma di troppi, incerti fattori, e la matematica dell’esistenza non segue equazioni rigorose. Per scrivere quel sorriso di Benigni e la meraviglia di Giosuè davanti al carro armato deve essere stato certamente un uomo capace di gioia, e di questo lo ringraziamo. È stata la sua quarta, più importante fortuna. E non l’ultima delle nostre.

 

Marco Montanari

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