6) Scolpire è unire i puntini

carrara

(Carrara, il mare è contrasto)

Incontriamo Carlo Andrei a Marina di Carrara, nella striscia di terra tra montagne e mare dove suo nonno ha fondato il laboratorio di famiglia nel 1962: ne escono sculture d’arte (grandi scultori sono passati e passano da qui), oggetti sacri, arredi decorativi e ospita un’intensa attività didattica. Ci salutiamo. È un uomo alto, abbronzato, con i muscoli di chi deve tenere testa alla roccia; veste la contraddizione di una canottiera nera coperta di polvere bianca – anche il mare è contrasto qui, conciliazione imperfetta di opposti, e basta guardare le vette alle spalle per capirlo. Lo sguardo arriva sorprendentemente dolce, aperto. Forse non è un caso: a levare per tutta una vita il superfluo a colpi di scalpello cadono anche molte diffidenze inessenziali.

All’estremità del cortile la sega meccanica taglia con pazienza un’enorme blocco; attorno sono gettati alla rinfusa scarti di marmo dall’interno cristallino, pezzi di gesso, strumenti, tavole di legno coperte di tagli. Un architetto che ci accompagna nota che sarebbero perfette come oggetti di design: “già fatto, anni fa una ragazza le ha coperte di cristallo e messe nei salotti”. Camminiamo sul candore soffice della polvere, in un ambiente surreale che ha qualcosa del cantiere e molto di bottega rinascimentale. Ci sono statue già pronte e modelli di ogni tipo, dal classico all’astratto; la forte presenza di soggetti religiosi lascia immaginare l’importanza delle committenze ecclesiastiche. Carlo passa da un’opera all’altra mostrandoci come è stata realizzata, quale differenze ci siano tra i vari gradi di lavorazione, e la sensazione per noi è di ritrovarsi nella tana di creature in letargo che aspettano solo una parola per animarsi.

Colpire la pietra per trasformarla è un gesto antichissimo, la più primitiva e spirituale delle attività umane: un sasso scheggiato per cacciare e la Pietà provengono dalla stessa azione, eppure mi rendo conto che del primo afferro le basi mentre non so nulla di scultura e immagino la tecnica soltanto per analogia. Siamo nel posto giusto per capire: “è un percorso complesso. Per creare una statua si parte dal modello in creta, e poi in gesso. Tanto maggiore sarà l’accuratezza del modello, tanto più precisa sarà la resa finale. Questo è fondamentale, perché committenti diversi richiedono differenti livelli di dettaglio”.Ad esempio vediamo la statua di un soldato nata per onorare la memoria di un vecchio militare: “opera nostra, la famiglia ha inviato una foto e dopo aver fatto un modello lo abbiamo ingrandito. Su questa base sono venuti a controllare dal vivo i lineamenti rimanendo soddisfatti della somiglianza, anche se in questo caso non è richiesto un livello estremo di precisione: è più importante l’espressione”. Apprendiamo che l’ingrandimento è tra le fasi più delicate. L’artista può portare in laboratorio modelli 1:1 oppure in scala; in questo caso, per raggiungere le dimensioni finali, si opera nel modo tradizionale come facevano Michelangelo o Canova, con un compasso che riporta le misure dal modello al blocco di marmo appena sbozzato. “Ogni fase richiede un sapere specifico. Un tempo ogni artigiano si occupava di un settore – sbozzatura, ingrandimento, scultura, rifinitura; oggi è necessario saper fare tutto, ma molte tecniche vanno perse perché pochi le insegnano ”. Dietro il laboratorio c’è un tornio a mano e un vecchio artigiano, uno dei migliori in circolazione, viene a lavorare qui suscitando l’entusiasmo dei presenti, soprattutto degli americani che vedendolo sussurrano “by hand, by hand” e restano di sasso, letteralmente.

Non è facile avere apprendisti per ragioni che appartengono più alla burocrazia che alla volontà, tuttavia passano dal laboratorio molti studenti: “arrivano continuamente richieste di tirocinio, molte dai paesi del nord”, dice Carlo (mentre parliamo, uno scultore belga a torso nudo – “un amico, ormai” – è intento a rifinire un’opera, con birra e maglietta appoggiate accanto), “vengono per imparare la lavorazione tradizionale… la cosa assurda è che noi dovremmo farne un vanto e insegnarla nelle scuole del marmo perché questo ci appartiene, per secoli lo abbiamo fatto meglio di chiunque altro e invece lasciamo morire tutto, disperdiamo un patrimonio per miopia”. Precisa che per lui il valore della tradizione non risiede nella mera conservazione della memoria ma nella valorizzazione di una risorsa; si tratta di far crescere nuovi rami dal tronco di un sapere acquisito: “invece noi copiamo male le cose fatte da altri, e gli effetti si vedono. Dobbiamo recuperare il valore del pezzo unico, di ciò che si distingue dall’uniforme”. Lui ci crede, tanto che accanto alla bottega ha aperto un luogo di accoglienza per allievi e visitatori; dal prossimo anno organizzeranno anche una serie di corsi di scultura con maestri riconosciuti. Tra le difficoltà ordinarie è compreso anche il rapporto con certi clienti. Emblematico il caso di una statua di dimensioni imponenti, un S. Benedetto, commissionato da un paese per onorare il patrono e mai pagato a fronte dell’entusiasmo dei cittadini e delle promesse del Sindaco (il gentlement’s agreement non va più di moda, evidentemente). Attraverso brecce come questa si insinuano la delusione, lo sconforto, la rassegnazione; eppure parlando con Carlo Andrei non si può fare a meno di sentire una voglia, una convinzione nel proprio lavoro che è letteralmente contagiosa.

Andiamo via coperti di polvere e felici, con la certezza di aver capito almeno una cosa: scolpire è come completare il gioco della settimana enigmistica, quello che da una serie di punti numerati fa emergere progressivamente un disegno. Ma la penna aggiunge, lo scalpello toglie: semplifica. L’istintivo platonismo del cercare nel marmo una forma plasma anche l’uomo interiore e la solida gentilezza di Carlo lo dimostra. Prima di salutarci ci racconta di una macchina che, dato il modello, rende superfluo lo scultore; la maggior parte dei laboratori oggi la utilizza. La differenza si vede, ovviamente, ma l’artigiano riconosce qui un’altra, fondamentale rivincita: la statua uscita dalla macchina va comunque rifinita e a volte rifatta in più punti, ma senza la fitta trama di puntini tutto diventa più difficile, solo un vero esperto può farlo.Per il colpo decisivo serve un coraggio da acrobata: un esercizio senza rete, che è sempre e comunque un esercizio di libertà.

Marco Montanari

AMA Artistici Marmi Apuani

VIA DELLE PINETE, 21 MARINA DI CARRARA (MS)

http://www.ama-marble.it/lavorazione_marmo_carrara/

 

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