7) Lo spazio che lascia la cera

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(Pietrasanta, il mare è un saluto)

Pietrasanta è un crocevia di incontri. La definizione “città d’arte”, che in altri luoghi è un vanto inutile, qui non sembra sprecata perché gli artisti non vengono solo per mercato ma anche per lasciarsi ispirare dalla sua eleganza dimessa, dalle memorie del passato. Tra le possibili traiettorie, alcune conducono all’incontro con chi, ad un livello di assoluta eccellenza, può aiutarli a far trasformare in opera un progetto soltanto pensato.

È il caso della Fonderia d’arte Massimo del Chiaro, ultima tappa del nostro viaggio.

A Pietrasanta il bronzo si lavora da sempre: una materia fluida in concorrenza con la pietra delle Apuane. Forse proprio perché è figlio del mare (di Viareggio) e non della montagna, Massimo del Chiaro ha dedicato la vita a lavorare il metallo.  Lo incontriamo nel suo ufficio, in compagnia del responsabile della comunicazione e di uno dei figli, simile a lui nella statura da gigante; l’aspetto è quello di una persona franca, abituata a lavorare, a valutare le persone per quel che sono concedendo poco o nulla all’apparenza.

Tutta la famiglia oggi collabora a gestire l’azienda, ma è la presenza del patriarca a fornire direzione e memoria alle competenze altrui.

La vicenda inizia oltre sessant’anni fa, quando Del Chiaro entra per la prima volta in fonderia, a tredici anni, come apprendista. Erano i tempi in cui la possibilità di imparare un mestiere era considerata di per sé un privilegio: non si discutevano le condizioni, testa bassa e via. Ci volevano anni per assimilare la quotidianità dei gesti, soprattutto in un processo complesso quale la fusione a cera persa. Sarà la tecnica che lo occuperà per tutta la vita, l’unica che la fonderia utilizza.

A fare la differenza è l’unione tra competenza e vocazione imprenditoriale che lui, uomo di poche parole, descrive così:

“Ero alle dipendenze di un altro stabilimento, che secondo me non andava nel modo giusto; lo dissi al proprietario, ma non mi ascoltò. È sempre stato così: entravo in un posto e già vedevo come avrebbe dovuto diventare per funzionare meglio. Alla fine lo presi io. Avevano molti debiti, un anno dopo eravamo in attivo. Ho sempre voluto innovare prima degli altri, non si possono fare le cose nello stesso modo per tutta la vita. Non avrò studiato molto, ma a lavorare ho imparato bene.”

Lo dice sorridendo, con giusta soddisfazione.

Un esempio delle innovazioni apportate da Del Chiaro risale agli anni ’80. Ci viene spiegato che in fonderia, a seconda dei casi, si può procedere in due modi: o si effettua una sola fusione, oppure la statua viene suddivisa in sezioni realizzate una per una e poi assemblate. Un tempo era necessario costruire una fornace in mattoni per ogni singola cottura della forma, adattandone la misura al lavoro da svolgere. Enorme dispendio di tempo e di denaro, ovviamente, ma tutti, da sempre, facevano così; fino a quando lui si fece costruire un forno diverso, progettato sulla falsariga di quelli da ceramisti. Il nuovo strumento permetteva la cottura di sezioni lunghe fino a sei metri. Una rivoluzione.

Con il progredire della conversazione, iniziamo a capire le differenze e le complementarità tra i tre ruoli che in questo contesto si intrecciano: artigiano, imprenditore, artista.

Il rapporto che lega il fonditore – l’artigiano – all’artista è strettissimo e varia di caso in caso. Talvolta gli artisti mandano soltanto una fotografia e sono gli artigiani a realizzare il modello, prima in creta, poi in cera fino all’opera finita; a volte mandano un bozzetto da ingrandire, altre ancora plasmano l’opera nei locali messi a disposizione in fonderia, seguendo direttamente tutto il processo.

Sono rapporti fatti di soddisfazioni e discussioni, di scambio e confronto; nessun artista, salvo rarissime eccezioni, sarebbe in grado di realizzare in  bronzo quello che ha abbozzato in creta o su carta. Di certo nessuno saprebbe farlo così bene: servono competenze specifiche, altamente professionali.

“A volte non ascoltano i nostri consigli, e quasi sempre se ne pentono; i migliori sono sempre aperti al dialogo e ne vengono fuori le cose più belle. Con loro ci diamo del tu”.

(Vedere oggi la lista di chi è passato da qui provoca un senso di vertigine: si riconoscono i più importanti nomi della scultura internazionale: Botero, Corda, Bleifeld, Sheppard, Chia, Bottai, Cascella, e via dicendo. Nel piazzale, al momento del nostro arrivo, ci sono due sculture monumentali e altre di cui si riconosce la matrice nobile)

Usciamo per una visita ai reparti. La fonderia è chiusa, il giorno in cui la visitiamo; a macchine ferme sembra una città evacuata, perfettamente ordinata ma privata di colpo degli abitanti come per un sussulto vesuviano (la fornace accesa renderebbe perfetta la somiglianza). C’è qualcosa di incantevole in questo deserto abitato da statue e pezzi di statue, modelli, strumenti, cere, macchine. In un posto così l’immagine antica del demiurgo assume un significato concreto: di fatto, questi artigiani realizzano idee.

Che ci si trovi di fronte ad un’estrema specializzazione, è evidente. Altrettanto percepibile è la passione, quasi la felicità, che accompagna il racconto della loro attività: il gusto del lavoro ben fatto. Ci aggiriamo tra le stanze spaesati, mentre loro, con estrema pazienza, ci spiegano come avviene la fusione di una statua. Si tratta di un percorso in più fasi, affidate ad un sapere esattissimo.

In estrema sintesi, ci sono sei passaggi per passare dal modello all’opera finita. Si parte dal modello, sulla cui forma si realizza un negativo di gomma e gesso; il negativo viene riempito di materiale refrattario, a sua volta poi ricoperto di cera: è l’ultima possibilità di apportare modifiche all’opera. La cera è avvolta in refrattario, ottenendo il cosiddetto “bozzolo”, che si cuoce lungamente in fornace fino a quando la cera volatilizza, lasciando lo spazio vuoto che accoglierà la colata di metallo. A questo punto il bronzo deve essere liberato dal bozzolo, pulito, nettato dai canali di fusione e saldato alle altri parti.

Seguono ulteriori trattamenti. Ci sono patine e lucidature, armature interne da costruire per rafforzare la statica, varie altre operazioni per cui gli strumenti vanno ideati di volta in volta. E ancora: trasporti e installazioni estreme, com’è accaduto nella steppa russa, con gelo e venti da romanzo. O in Iraq. Perché la statua di Saddam Hussein che probabilmente conservate tra le immagini simbolo della guerra, quella che gli americani non sono riusciti ad abbattere hanno eliminato a cannonate, ricordate? Quella statua, come molte altre installate nel paese ai tempi della fortuna petrolifera, era uscita da qui. Quando ci mostrano la foto di Massimo del Chiaro in aereo, in compagnia della delegazione irachena, sentiamo distintamente il vento della storia.

Felicemente, alla caratura internazionale delle commissioni si unisce un legame forte con il territorio. Le opere uscite dal laboratorio, per varie ragioni, si trovano frequentemente a sostare in fonderia prima della consegna. Perché allora non valorizzarle in questa fase? Un momento morto so è trasformato in opportunità, con la realizzazione di esposizioni e installazioni. Un caso emblematico è rappresentato da una serie di riproduzioni di Michelangelo (eseguite sul calco dei bozzetti originali, conservati a Perugia) commissionate dalla Cina, che prima di partire sono state collocate con successo in più sedi. Un esempio da seguire.

Mi piace ricordare che una delle copie – una Pietà – è rimasta per scelta comune là dove era stata collocata.

Sarebbe importante vederla, per chiudere un cerchio. Lo dico ma non ci credo. Mentre stiamo per salire in auto, in un attimo di sincerità, ci accorgiamo entrambi che sarebbe soprattutto un modo per fare ancora un po’ di strada: oggi termina il nostro percorso, dobbiamo tornare a casa. Penso alla fonderia, ai bozzoli di terra che proteggono con la loro fragilità un vuoto che è l’essenza del lavoro; inevitabile accorgersi che viaggiando non facciamo nulla di diverso. Un viaggio è la sottilissima cera con cui suggeriamo una forma al tempo, sapendo che sarà la vita a riempirlo trasformandolo in ricordo. Un processo delicato, un’arte da imparare.

Con soddisfazione e una precoce nostalgia, il mare a Pietrasanta per noi è un saluto.

Marco Montanari

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