Milano, un tram da Brera

Milano, un tram che va da Brera a Porta Ticinese. Sono le sei del pomeriggio; una foresta di teste, dentro e fuori, segue la traiettoria del telefono, si abbassa verso il pavimento, ruota frettolosamente da una parte all’altra come se potesse avvicinare la fermata con quel movimento da mulino a vento.
Un ragazzo a testa bassa legge un libro.
È seduto accanto al finestrino, avvolto in una nuvola grigia di lana. Fermata. Sale una ragazza, e per uno dei movimenti geologici che caratterizzano i mezzi affollati, imprevedibili, legati all’esattissima fisica dei trasporti pubblici, un posto si libera proprio accanto al ragazzo.
Lei si siede. Capelli corti, trucco leggero, vestiti che una cura meticolosa vorrebbe far credere scelti con una benda sugli occhi e ci riuscirebbe anche, se non fosse tradita dal profumo, troppo ricercato per ammettere il caso.
Apre un libro e si mette a leggere.

Fuori scorrono le strade. Ad un certo punto il ragazzo ha l’impressione di essere osservato, ma non ci fa troppo caso; del resto, è inevitabile che qualcuno, in quella palude di solitudini, si ricordi di non essere solo e finalmente noti chi ha attorno per attenzione, solo per il gusto di immaginare una vita diversa dalla sua. Però questa sensazione è forte, rassicurante, vicina.

Allora alza la testa e la vede.
Nel sedile davanti una bambina con gli occhi neri, enormi: occhi curvi a forma di mandorla, lo zainetto sulle spalle e la testa – senza esitazioni – rivolta verso di lui, inclinata, curiosa, al cui centro sboccia un sorriso indescrivibile.
Anche il ragazzo sorride. Vorrebbe salutarla, ma la bambina lo guarda immobile mentre il tram diventa uno sfondo sfocato. La ragazza accanto continua a leggere, a testa bassa.
Il ragazzo riprende il libro, lo solleva più in alto, appoggiandolo sul sedile. Un’intuizione, un gesto spontaneo. La bambina appoggia la testa sulle mani e si mette a scorrere le righe: a seguire una storia diversa da quella di un pomeriggio di novembre, con il tram quasi arrivato alla meta di ciascuno, al luogo qualunque che un tratto di vita ha convinto a chiamare casa. Il ragazzo e la bambina ora condividono una riga del mondo, una frazione di tempo che non è più solo spazio indifferente sospeso tra due azioni da compiere.

Quando arriva la fermata, si salutano con la mano. La ragazza ancora non ha alzato la testa.
Quando il ragazzo esce dalla vettura, ormai è sera fatta; all”angolo di strada, un venditore di caldarroste benedice l’arrivo dell’autunno.

(Questo breve viaggio è il biglietto con l’oracolo che ritrovi proprio quando serve: l’invito ad amare i momenti di raccoglimento, la bella solitudine del sognatore, le fantasie, i mondi immaginati a testa bassa che completano lo spazio del possibile; ma di avere anche la fortuna, l’intuizione, la saggezza involontaria di alzare gli occhi per vedere la bellezza che c’è e aspetta solo di essere incontrata.
Stupisce allora che gli altri ostinatamente non la vedano; è giusto stupirsi soprattutto perché gli “altri” siamo quasi sempre noi)

Il fatto che sul tram, per pura grazia, il ragazzo fossi io, non cambia nulla: è un augurio per chiunque in questo momento legga queste parole a testa bassa. Me compreso.

VIVETE WOW

Marco

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