Questione di tempo

Richard Curtis è uno delle nomi più importanti della commedia inglese: regista di Love Actually e Radio Rock, ha lavorato soprattutto in veste di autore e sceneggiatore; a lui dobbiamo, ad esempio, la perfetta geometria narrativa di Quattro matrimoni e un funerale. È anche il creatore di Mister Bean, ma si deve pur guadagnare il pane in qualche modo.

Protagonista della storia è Tim, ragazzo dolce e imbranato, che dopo un malinconico capodanno riceve dal padre una notizia sconvolgente: tutti gli eredi maschi della famiglia hanno il potere di muoversi liberamente nel tempo. Basta chiudersi in una stanza, soli, stringere forte i pugni e pensare a quando e dove si vorrebbe andare. L’ovvia implicazione è la possibilità di cambiare il proprio passato: hai fatto un errore? Basta tornare indietro a correggerlo. È successo un fatto spiacevole? Basta evitare che si verifichi. Vuoi conquistare la ragazza che non hai avuto il coraggio di corteggiare per tutta l’estate? È esattamente il primo tentativo di Tim, puntualmente fallito.

Il viaggio nel tempo funziona. Tim si trasferisce a Londra, da un regista teatrale un po’ matto amico del padre; inizia la carriera da avvocato, si sente solo. Una sera, per caso, conosce la ragazza della sua vita ma perde il numero di telefono e deve fare di tutto per ritrovarla e riconquistarla, correndo avanti e indietro nel tempo.

Il film potrebbe finire qui e sarebbe una divertente commedia romantica (in pieno stile Curtis, elegante e veloce). Invece, questo è solo l’inizio; perché il film ha una seconda anima, caratterizzata da un ritmo e un timbro diversi.

La storia non finisce al “vissero tutti felici e contenti”. La vita di Tim, fantastica e reale, continua scontrandosi con le difficoltà ordinarie: lavoro, imprevisti, dubbi, crisi, nostalgia, futuro, morte. Con la differenza che lui ha il potere di cambiare le cose, fino a quando la vita non lo mette di fronte a decisioni inevitabili e dovrà scegliere cosa perdere, cosa invece conservare.

Questione di tempo traduce in modo fedelmente infedele il titolo originale: About time. L’originale mette chiaramente al centro del film proprio il tempo, che non è tanto un pretesto narrativo (già molte volte visto e sfruttato) quanto il soggetto vero e proprio. Non intendiamo il tempo astratto, impersonale e assoluto dell’orologio: si parla del rapporto essenzialmente inscindibile tra la vita vissuta e il tempo.

Noi siamo creature intessute di tempo e dal tempo vorremmo preservare tutto ciò che amiamo, ma ne siamo anche perennemente inconsapevoli. Se alla fine di una giornata, in un attimo di quiete assoluta, potessimo vedere lucidamente le nostre azioni per riviverle in modo diverso, quante cose ci accorgeremmo di avere ignorato, come le stagioni che rimpiangiamo solo dopo averle attraversate?

Addormentati corriamo in avanti senza curarci di un incontro, di un sorriso casuale, di una persona che salutiamo alla porta come se fosse per sempre lì ad attenderci, mentre forse non la rivedremo più.

Il senso della nostra vita è davvero questione di tempo.

Se in un film cercate eccellenza di tecnica, originalità, grandi prove attoriali, montaggio; se davanti allo schermo trovate impossibile, inutile o anche volgare abbandonarvi con ingenuità alla sospensione del giudizio, se rispettabilmente entrate in sala come si entra in un museo – per contemplare un’eccellenza estetica guardando alla pellicola come opera, con occhio intellettuale (aggettivo usato senza ironia), risparmiatevi il prezzo del biglietto.

Questo film, nella sua esibita semplicità, ha senso come occasione di un evento interiore: sono tali le risate, le lacrime, la comprensione di semplici verità nascoste in piena evidenza. È tale la tenerezza.

Marco

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